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EUTANASIA

di Enrico Giarola

Le prime importanti scoperte della matematica greca sono attribuite a Pitagora di Samo e ai suoi discepoli. L'aritmetica pitagorica considerava i numeri come somme di unità, o punti, e perciò era spesso interpretata come una forma astratta di atomismo. La scoperta delle grandezze incommensurabili mise in crisi la filosofia pitagorica, che asseriva che tutte le grandezze potevano essere espresse in termini di numeri interi o di rapporti fra interi. La scoperta mise in chiaro il fatto che l'aritmetica pitagorica era insufficiente a esprimere quantità geometriche quali la diagonale del quadrato.

Adesso, in base alla conoscenza apportata da questo brano (correttissimo, l'ho copiato) ditemi come fare a calcolare l'ipotenusa avendo i cateti. Impossibile, perché la storia della matematica vi può descrivere tutto quello che volete su Pitagora e la sua scuola, vi può dare, come si dice ora, il know how, ma non vi metterà mai in grado di usare la famosa formula della somma dei quadrati. Ve l'immaginate un geometra che sa tutto di storia della matematica e non riesce a calcolare un'area? Che sa anche dirvi chi avrebbe saputo dirvelo, il famoso know how, ma lui ahimè non lo sa.

A scuola per fortuna si insegna la matematica e non la sua storia. Il know how.

Passiamo adesso alla filosofia. Chi di voi studia filosofia? Nessuno se non chi si iscrive alla facoltà universitaria. State dicendo che alle superiori avete fatto filosofia? Errore; vi hanno insegnato storia della filosofia. Questo piccolo trucco è figlio degli errori di fine '800 quando i grandi pensatori, imbevuti del pensiero realista e pragmatico, pensarono che per mettere fine a tutti gli sconvolgimenti e le rivoluzioni del secolo precedente bisognasse fare una cosa sola: costruire un pensiero che fosse la realtà a cui dovevano credere le masse. La realtà vera, reale, non doveva avere alcun valore; la dignità dell'uomo, si diceva, deriva dalla sua capacità di pensare e quindi non solo lui stesso era reale in quanto pensava, ma tutto il resto del mondo era reale solo in quanto pensato. E per moltissima gente questo concetto è ancora valido: un sistema politico in cent'anni e decine di applicazioni pratiche in varie parti del mondo è un fallimento? Non importa, non è reale il fallimento, l'unica cosa vera e reale è l'aderenza al pensiero. L'artefice italiano di questa trasformazione del pensiero che all'inizio del '900 avrebbe creato tutte le dittature (comunismo, fascismo, nazismo) fu il filosofo Giovanni Gentile che, nel 1922, divenne ministro della Pubblica Istruzione e già l'anno dopo partorì quella riforma della scuola che eliminò la filosofia per introdurre come materia d'insegnamento la sua storia.

Le teste non dovevano pensare, ma credere. Come storico della filosofia Gentile ha ricostruito l'intero sviluppo della filosofia italiana dal medioevo ai suoi giorni alla luce di una visione storicistica in cui la storia della filosofia coincide dialetticamente con la filosofia. Gentile è il teorico dell'attualismo: la realtà è l'atto del pensiero nel suo stesso farsi: è concreto solo il pensiero in atto: di qui il suo sostanziale ateismo ( fu l'unico ministro del Duce contrario alla firma del Concordato nel 1929), il suo insistere su una religione che non concepisca Dio separato dall'uomo: se è utile l'insegnamento della religione come philosophia inferior per le classi popolari e i bambini piccoli, deve essere compreso e inculcato che Dio è ciò che l'uomo pensa attualmente su Dio. E' ovvia l'utilità per ogni sistema politico di un pensiero omologato: ciò che nei tempi moderni stanno facendo i mass-media, ai tempi di Gentile era fatto dalla scuola.

Ora torniamo per un attimo più indietro ancora nel tempo: nella Grecia classica al tempo di Pericle: quella che ci viene propinata come il primo esempio di democrazia. La grande Atene dove gli uomini decidevano col voto di tutti la propria politica. Ma fu vero? Chi poteva votare? Solo i cittadini ateniesi che vantavano avi originari di Atene da più generazioni e che avevano un certo censo e che fossero di sesso maschile. In pratica poche migliaia di uomini. Perché allora si autoproclamarono democratici? Per far questo fu loro sufficiente stabilire che chi non era dei loro non era compiutamente uomo libero, anzi non era veramente uomo. L'avevano deciso loro. E nessuno poteva farci niente. Tanto meno era consigliabile andare in giro a fare domande approfondite per saperne di più. Ma un testone, tale Socrate si mise in giro a cercare l'uomo. Lui era compreso tra gli uomini liberi, aveva partecipato alle battaglie della sua città e alle sue assemblee, ma poneva domande, su tutto; non accettava niente per scontato. Né gli dei né gli uomini. Entrando così in aperto conflitto con i filosofi del regime, i sofisti. Socrate e i sofisti furono i primi ad occuparsi della filosofia del diritto affrontando il problema della natura del diritto. Entrambi riconobbero una divisione fra le cose che esistono per natura (phisis) e quelle che esistono in virtù di artificio umano (nomos). I sofisti ponevano il diritto nella seconda categoria, mentre Socrate lo poneva nella prima come poi fecero Platone e Aristotele. Di qui ha avuto origine il dibattito, che continua tuttora, sull'essenza del diritto: è natura coniugata con la razionalità o convenzione perpetuata dalla volontà? I pensatori che scelgono la prima definizione appartengono a quella che si chiama tradizione del diritto naturale (giusnaturalismo), mentre quelli che optano per la seconda rientrano nell'alveo del positivismo giuridico.

Socrate fu ucciso per questo: non gliene importava un accidente ai suoi giudici della sua fede negli dei della patria se non per il fatto che essi facevano discendere dai loro dei il concetto di diritto dell'uomo libero ateniese: se si fosse imposta l'idea socratica che il diritto appartiene naturalmente all'uomo in quanto tale, non sarebbe più stato possibile salvaguardare i loro diritti di classe: anche il più umile schiavo sarebbe stato titolare di diritti, anche la donna, anche il bambino.

Questo nella storia della filosofia, a scuola, non lo insegnano; il diritto per noi deve discendere dai nostri "dei", dalle nostre leggi e convenzioni; nessuno è stimolato a pensare diversamente.

Non è dunque difficile vedere che se decidiamo che la vita inizia dal terzo mese, per legge, ciò che ha vita prima di tale data non è sede di diritto: l'aborto è ammesso. Se decidiamo che i portatori di handicap o gli zingari o gli ebrei non sono portatori di diritti, possono essere soppressi. Se decidiamo che al di sotto di una certa qualità della vita, la vita stessa non ha più valore, questa non ha più alcun diritto. Le sacre leggi, fatte da meno sacri uomini dotati però di potere, stabiliscono chi ha diritti e chi no. L'apparato decide di se stesso, si dà valore a seconda del "parere" dei suoi propri pensatori. E nessuno può porre limiti a questi poteri che sono autoreferenti del potere legislativo e normativo per tutti. Ovviamente gli stessi autori delle leggi sono i primi a giustificarsi credendo di fare "il bene". Ma a chi? A tutti o solo agli ateniesi?

E' ovvio che se non si pone nell'uomo in sè, connaturato al fatto stesso di esistere, la fonte del diritto, si può arrivare ad ogni estremo. Se, con Gentile e i materialisti, si crede che la realtà non sia un ente reale esterno a noi, ma qualcosa che creiamo noi col solo pensarla, possiamo modificare la storia passata e l'intelligenza del presente solo lasciando un'unica possibilità interpretativa del mondo: vedi il famoso romanzo di fantascienza (o fantapolitica) "1984" nel quale chi non la pensava come il sistema era considerato semplicemente un malato da rieducare. Cosa che è tristemente accaduta nel mondo reale per almeno sessant'anni.

Arrivando al discorso dell'aborto, della famiglia, dell'eutanasia: se non si parla con chi crede che l'uomo sia portatore in sé di diritti, è tutto inutile: si parla di diritto intendendo due cose diverse: noi parliamo del nostro scarabeo di Wittgenstein chiuso nella scatola che solo noi possiamo guardare, gli altri parlano del loro scarabeo ma in effetti non sono la stessa cosa. Se noi e loro non concordiamo su questa cosa, possiamo andare a casa.

Se parliamo con gente che crede come noi, spero, nel giusnaturalismo allora possiamo dire che è evidente che la vita è la vita e ha i suoi diritti non a tre mesi o a 18 anni, ma sempre; che la famiglia è fatta da un uomo e da una donna, sempre; che la qualità della vita non può toglierle i diritti, semmai aumentarli; che la possibilità di uccidere, cioè di togliere la vita, cioè di sopprimere i suoi diritti, non ce l'ha nessuno.

Ma chi ha ragione fra queste due visioni della fonte del diritto? Vediamolo con un esempio semplice: se abbiamo davanti una bottiglia di barbera diciamo che è una bottiglia di barbera, e siamo tutti d'accordo. Ma la distinzione inizia quando io dico che è una bottiglia di barbera perché c'è dentro il vino barbera e tu invece dici che è una bottiglia di barbera perché c'è scritto sull'etichetta. L'aroma e le qualità organolettiche intrinseche al vino barbera non le decido io, ma sono appunto intrinseche al vino stesso e non puoi cambiarle neanche se sull'etichetta scrivi "petrolio". Invece i rappresentanti del positivismo giuridico credono che la realtà del barbera sia determinata dalla concorde definizione di tutti, sull'etichetta. Il pensiero crea la realtà. Se la maggioranza (o i potenti di turno) dicono che una cosa è bene, questa è bene.

 

DA: EVANGELIUM VITAE

2: ogni uomo con l'aiuto della ragione può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l'umana convivenza e la stessa comunità politica. E' per questo che l'uomo, l'uomo vivente, costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa.

4: larghi strati dell'opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l'impunità, ma persino l'autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l'intervento gratuito delle strutture sanitarie.

9: la vita, specie quella umana, appartiene solo a Dio: per questo chi attenta alla vita dell'uomo, in qualche modo attenta a Dio stesso.

11: sullo sfondo c'è una profonda crisi della cultura, che ingenera scetticismo sui fondamenti stessi del sapere e dell'etica e rende sempre più difficile cogliere con chiarezza il senso dell'uomo, dei suoi diritti e dei suoi doveri.

20: E' quanto di fatto accade in ambito più propriamente politico e statale: l'originario e inalienabile diritto alla vita è messo in discussione o negato sulla base di un voto parlamentare o della volontà di una parte - sia pure maggioritaria - della popolazione. E' l'esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato.

22: La creatura senza il Creatore svanisce. Anzi l'oblio di Dio priva di luce la creatura stessa. L'uomo non riesce più a percepirsi come "misteriosamente altro" rispetto alle diverse creature terrene; egli si considera come uno dei tanti esseri viventi, come un organismo che, tutt'al più, ha raggiunto uno stato molto elevato di perfezione. Chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in qualche modo a una "cosa" e non coglie più il carattere "trascendente" del suo "esistere come uomo". Non considera più la vita come uno splendido dono di Dio, una realtà sacra affidata alla sua responsabilità e quindi alla sua amorevole custodia, alla sua venerazione. Essa diventa semplicemente una cosa, che egli rivendica come sua esclusiva proprietà, totalmente dominabile e manipolabile.

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La cultura che non ti lascia pensare libero, che non ti dà l'attrezzatura per pensare veramente libero, cioè la nostra cultura scolastica, ti impoverisce riempendoti di cose: ti dà montagne di medicine, ma non ti insegna la salute; ti sommerge di valanghe di libri, ma non ti insegna la sapienza; ti propina migliaia di informazioni al giorno ma ti ha tolto la chiave per interpretarle. Ha riempito la tua pancia di cibo, ma ti ha tolto l'anima; la sacralità della tua vita.

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