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LETTERA APERTA A TUTTI I COMBATTENTI DEL FAMILY DAY

di Gianfranco Amato

San Terenzo, li 25 giugno 2016

«Omne regnum in seipsum divisum desolatur, et domus supra domum cadit» (Lc 11,17). Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra, ammonisce il Signore.

Se tutti noi ci diciamo – come io credo – discepoli dell’unico Maestro, non possiamo ignorare questo Suo preziosissimo ammonimento. Non dobbiamo cadere nell’errore fatale di dividerci e litigare tra di noi. Ascoltiamo e meditiamo le Sue parole.

Vi confesso di aver vissuto con particolare dolore e sofferenza la colluttazione fratricida che si è ingaggiata giorni fa nella Rete, attraverso una serie indicibile di colpi bassi, di battute al vetriolo, di attacchi rancorosi, impensabili tra amici, e meno che mai tra fratelli. A volte mi chiedo se davvero ci consideriamo tutti figli dello stesso Padre. Avete valutato anche quale esempio stiamo dando ai figli del mondo? Come pensate che vedano fratelli che si sbranano a vicenda con un livore che loro non riserverebbero neppure al peggior nemico?

Io non sono nessuno e non ho alcun titolo per intervenire, ma vi scongiuro di fermarvi, di cessare il fuoco, di dichiarare una tregua.

Non serve dividersi!

Vi assicuro che se vi fermaste un attimo a riflettere, se per un momento riusciste a soffocare l’acredine, se per un istante provaste a frenare l’astio, apparirebbe del tutto evidente anche a voi come questo inutile accapigliarsi vicendevole faccia semplicemente il gioco del Nemico. E non uso a caso la lettera maiuscola.

E’ chiaro che siamo sotto attacco del Maligno, del Grande Divisore, dell’«Inimicus qui seminat zizaniam». Questo da un lato mi addolora, ma dall’altro mi conferma nella bontà della nostra azione. Se diamo fastidio a Satana, significa che siamo sulla strada giusta.

Ma guardiamoci intorno! Stiamo precipitando verso l’abisso, siamo circondati da un esercito nemico potentissimo, e noi non riusciamo a trovare niente di meglio da fare che azzuffarci l’un l’altro. Ma che senso ha tirarsi addosso gli stracci proprio il giorno in cui la Cassazione avalla la stepchild adoption? Non dovremmo essere tutti impegnati, in prima fila e compatti, a lottare contro la valanga antropologica che ci sta travolgendo?

Io non sono nessuno e non ho alcun titolo per intervenire, però vi prego con il cuore in mano di considerare questo mio accorato appello alla tregua.

Il Popolo della Famiglia è oramai una realtà. Si tratta di un’esperienza che sta coinvolgendo tantissimi uomini e donne di buona volontà, e che continua a crescere. A tutti gli amici che nutrono perplessità verso questo progetto, e anche a tutti quelli che sono fortemente critici verso questa iniziativa che Mario Adinolfi ed io abbiamo intrapreso, chiedo una sola cosa. Solo una cosa: la saggezza di Gamaliele. Se questo progetto è di origine umana, fallirà come sono destinati a fallire tutti i progetti degli uomini, ma se viene da Dio, nessuno riuscirà a distruggerlo. Vi prego, amici, lasciate che quest’opera continui secondo il suo destino e riveli a tutti qual è la sua vera origine. «Non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (At 5,39).

Colgo l’occasione per riaffermare pubblicamente il mio affetto fraterno per tutti coloro che in questi anni hanno combattuto al mio fianco, e che erano accanto a me anche al Family Day del 20 giugno 2015 e a quello del 30 gennaio 2016. Tutti, nessuno escluso. Ed è proprio in nome di questo sincero affetto fraterno che supplico tutti a non perdere inutilmente tempo cadendo nella trappola demoniaca della discordia e dello scontro intestino.

«Tempus breviatum est», dice San Paolo (1 Cor 7,29). Il tempo si fa breve, e non possiamo permetterci il lusso di sprecare energie azzannandoci tra di noi. Un giorno risponderemo di come abbiamo usato questo poco tempo che ci rimane e di come abbiamo impiegato le energie che il buon Dio ci ha dato per combattere la buona battaglia.

Oggi durante la Santa Messa, don Piero Corsi, il coraggioso e pugnace Parroco di San Terenzo, dove mi trovo in questi giorni, ha commentato in modo splendido le letture liturgiche, tra cui un passo tratto dal quinto capitolo dell’Epistola di San Paolo ai Galati. E proprio mentre pensavo alla lettera che avrei voluto scrivervi, ho ascoltato queste parole: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» (Gal 5,15). Riflettiamo.

Chi mi conosce e mi ha seguito in questi tre anni di missione sa che io non provo alcuna ambizione umana. Non rincorro la gloria, la fama, il potere e meno che mai il denaro. Ho della gloria umana la stessa considerazione che aveva il grande Dante: «Non è il mondan romore altro ch’un fiato di vento». Avendo rinunciato a tutto, sono forse il più libero tra di voi, e questa libertà mi consente, umilmente, di mostrarvi qual è l’unica cosa che conta davvero, l’«unicum essentiale» in questo momento: l’unità nella lotta per la Verità.

Affidiamoci al Signore, nella piena consapevolezza di essere semplici strumenti della Sua volontà e non esecutori di nostri progetti personali. Solo la certezza di essere nelle mani di un Altro ci può liberare dall’umana tentazione di far prevalere la nostra volontà. Anche quando riusciamo a fare cose grandi, otteniamo inaspettati successi, dobbiamo sempre concludere la giornata ricordandoci che siamo solo «servi inutili» e che «abbiamo semplicemente fatto, quello che dovevamo fare» (Lc 17,10).

Mi firmo senza titoli. Semplicemente per quello che sono: un umile operaio nella vigna del Signore. Con affetto fraterno. Gianfranco.

 

Fonte: amicipopolodellafamiglia.it

 

 

 

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